La strada resta disagevole, i lettori sempre più apprezzano
l’online, prosegue la ricerca di nuovi ed efficaci magazine digitali ma il
ciclo economico per l’editoria cartacea potrebbe prolungarsi.
Questa almeno l’ipotesi avanzata da Poynter, una scuola di
formazione al giornalismo, che cita a questo proposito due recenti ricerche che
propongono una visione ottimistica.
Allo stesso tempo, ne cita una terza decisamente più
pessimistica.
Il report annuale della INMA (International News Media
Association), presentato lo scorso dicembre, è intitolato The Print + Digital Dynamic. Il titolo suggerisce un fatto che è sotto gli occhi di tutti. Il futuro
dell’editoria è nel digitale ma per il momento si tratta di una “print + digital industry”.
Inoltre, se la tecnologia è
valida in tutto il mondo, i tempi di diffusione e adozione vanno valutati nei
singoli paesi così come le tendenze culturali e demografiche. In sostanza,
quello che succede oggi negli Stati Uniti non ha la stessa valenza in altri
paesi.
Per dirla con le parole di Earl
J. Wilkinson, direttore esecutivo e CEO
di INMA, nel 2100 gli editori saranno prevalentemente digitali ma nel 2013
vivono ancora soprattutto di carta, da qui l’esigenza di trovare un punto di
equilibrio tra le diverse fonti di fatturato.
Un secondo report che si muove
sulla stessa lunghezza d’onda della INMA è stato realizzato da Rasmus Kleis Nielsen della University of Oxford Reuters Institute for the Study of Journalism.
La ricerca, come evidenziato dallo stesso titolo Ten Years That Shook the Media World, non nega la
discontinuità introdotta dal digitale ma ipotizza che per il passaggio dalla
carta al digitale non basteranno pochi anni ma saranno necessari decenni.
A sostegno di questa tesi il fatto che, negli Stati Uniti,
dal 2000 a oggi, siano stati chiusi meno titoli che negli anni ‘80 e anni ’90.
Nei maggiori mercati europei, vale a dire Germania, Gran Bretagna,
Svezia e Francia, negli ultimi cinque anni sono stati chiusi solo France Soir e
il Financial Times Deutschland.
Il terzo report è decisamente meno ottimistico. Emily Bell,
C.W. Anderson e Clay Shirky, autori della ricerca Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present per
la Columbia Journalism School, ritengono che i giornali tradizionali siano cooked,
letteralmente bolliti, e che costituiranno una componente marginale del
giornalismo già nel 2020.
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