mercoledì 30 gennaio 2013

In Italia esplode il mobile advertising


Con una crescita del 55% e un valore complessivo di quasi 90 milioni di euro, lo scorso anno la pubblicità veicolata attraverso i cellulari è letteralmente esplosa proseguendo la tendenza positiva già emersa nel 2011.
Un dato impressionante che emerge dalla ricerca dell'Osservatorio Mobile Marketing & Service della School of Management del Politecnico di Milano  che attribuisce al mobile advertising l’1% degli investimenti pubblicitari complessivi e il 7% di quelli su Internet.
Percentuali che in Europa ci vedono secondi solo dietro la Gran Bretagna, paese nel quale, tra l’altro, il peso della pubblicità televisiva è significativamente inferiore rispetto all’Italia.
Inoltre, il pubblico a cui si rivolge il mobile advertising è particolarmente reattivo in quanto, come si evince dalla ricerca “La dimensione della base dei potenziali clienti crea un terreno fertile per l'aumento dell'offerta pubblicitaria, che, infatti, viene percepita dai navigatori Mobile in maniera sempre più chiara e frequente: il 45% la nota spesso, il 39% qualche volta. Consistente è pure il numero di coloro che cliccano sugli annunci da Mobile: sono circa il 40%. Il 44% dichiara di cliccare per la presenza di un prodotto/servizio/App di suo interesse, il 31% è attratto da una promozione o sconto e il 20% dalla creatività”.
Un ulteriore elemento importante è che la crescita sul versante degli investimenti ha prodotto effettivi positivi sul lato dell’offerta, al punto che negli ultimi due anni il 16% di tutte le startup finanziate in Italia in ambito ICT offrono servizi innovativi di Mobile Marketing & Service.






lunedì 28 gennaio 2013

Cresce l’aspettativa di vita dell’editoria su carta


La strada resta disagevole, i lettori sempre più apprezzano l’online, prosegue la ricerca di nuovi ed efficaci magazine digitali ma il ciclo economico per l’editoria cartacea potrebbe prolungarsi.
Questa almeno l’ipotesi avanzata da Poynter, una scuola di formazione al giornalismo, che cita a questo proposito due recenti ricerche che propongono una visione ottimistica.
Allo stesso tempo, ne cita una terza decisamente più pessimistica.
Il report annuale della INMA (International News Media Association),  presentato lo scorso dicembre, è intitolato  The Print + Digital Dynamic. Il titolo suggerisce un fatto che è sotto gli occhi di tutti. Il futuro dell’editoria è nel digitale ma per il momento si tratta di una “print + digital industry”.
Inoltre, se la tecnologia è valida in tutto il mondo, i tempi di diffusione e adozione vanno valutati nei singoli paesi così come le tendenze culturali e demografiche. In sostanza, quello che succede oggi negli Stati Uniti non ha la stessa valenza in altri paesi.
Per dirla con le parole di Earl J. Wilkinson, direttore esecutivo e  CEO di INMA, nel 2100 gli editori saranno prevalentemente digitali ma nel 2013 vivono ancora soprattutto di carta, da qui l’esigenza di trovare un punto di equilibrio tra le diverse fonti di fatturato.
Un secondo report che si muove sulla stessa lunghezza d’onda della INMA è stato realizzato da Rasmus Kleis Nielsen della University of Oxford Reuters Institute for the Study of Journalism.
La ricerca, come evidenziato dallo stesso titolo Ten Years That Shook the Media Worldnon nega la discontinuità introdotta dal digitale ma ipotizza che per il passaggio dalla carta al digitale non basteranno pochi anni ma saranno necessari decenni.
A sostegno di questa tesi il fatto che, negli Stati Uniti, dal 2000 a oggi, siano stati chiusi meno titoli che negli anni ‘80 e anni ’90.
Nei maggiori mercati europei, vale a dire Germania, Gran Bretagna, Svezia e Francia, negli ultimi cinque anni sono stati chiusi solo France Soir e il Financial Times Deutschland.
Il terzo report è decisamente meno ottimistico. Emily Bell, C.W. Anderson e Clay Shirky, autori della ricerca  Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present per la Columbia Journalism School, ritengono che i giornali tradizionali siano cooked, letteralmente bolliti, e che costituiranno una componente marginale del giornalismo già nel 2020.







martedì 22 gennaio 2013

Esperienze digitali a confronto: pubblicità contro abbonamenti paganti


La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della Sera, nell’ultimo numero dedica ampio spazio a due significative realtà online, BuzzFeed e The Dish, nello specifico ai differenti modelli di business che si sono dati.
BuzzFeed è un sito da 40 milioni di utenti unici al mese il cui successo si basa su un indovinato mix di entertainment e serie notizie giornalistiche.
BuzzFeed ha puntato su un fatturato dipendente al 100% dalla pubblicità, al punto da aver costituito un gruppo di editor, distinto da quelli che realizzano normalmente il sito, che opera in stretto contatto con gli inserzionisti per ideare e realizzare progetti di comunicazione pubblicitaria differenti e più efficaci rispetto ai comuni spazi commerciali disponibili online.
BuzzFeed sottolinea come la distanza tra i due team sia sostanziale ed effettiva e di come la comunicazione pubblicitaria non influenza l’informazione redazionale.
The Dish è un sito che tratta di politica, cultura, stili di vita e riflette la personalità del fondatore Andrew Sullivan, cattolico, conservatore e sostenitore di Obama.
The Dish, al contrario di BuzzFeed, si è mosso nella direzione di un fatturato basato esclusivamente sugli abbonamenti e il sostegno dei lettori. Al momento, ha già raccolto fondi per quasi mezzo milione di dollari, sufficienti a finanziare circa sei mesi di attività.
La strategia di BuzzFeed non è peraltro del tutto originale.
Digiday ha dedicato un’analisi a Vice Media, editore indipendente che pubblica un mensile la cui chiave di successo è stata quella di un giornalismo non paludato, libero da schemi, anche aggressivo.
Pur mantenendo il suo stile editoriale, Vice Media ha dato vita a un’agenzia interna il cui obiettivo è lavorare con gli inserzionisti per creare e distribuire contenuti multimediali originali. Tra i clienti figurano marchi come North Face, Burton, Intel e Garnier.
Un esempio di quanto realizzato con Intel è visibile al link http://www.youtube.com/watch?v=IS4Xw8f9LCc&list=PL6uqON-thyraDG9IP8QQIMkEKv_1TuRC4&index=1 

mercoledì 16 gennaio 2013

Quotidiani e periodici: nel 2013 e nel 2014 la pubblicità andrà un po’ meno male


La pubblicità sui prodotti cartacei in Gran Bretagna; Australia, Italia, Spagna e Germania continuerà a diminuire ma il calo sarà meno accentuato e per il 2014 è previsto un miglioramento rispetto ai due anni precedenti.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti non ci sarà nemmeno questo sollievo perché il 2014 si prospetta come un altro periodo buio.
Questi i dati più significativi dell’Advertising Consensus Forecast  realizzato da Warc.
Le previsioni sono frutto di un’analisi basata su dati forniti da agenzie, società di ricerche di mercato, analisti e dallo stesso team di Warc.
Le note positive ci sono e riguardano Canada, Brasile, Russia, Cina e India.
Sia per i paesi in crescita che per quelli in minor calo, al momento è difficile capire se si tratta di una crescita di investimenti legata solo al superamento della recessione economica generale o se si è in presenza di un effettivo ritorno di interesse per le pubblicazioni cartacee.
Gli altri segmenti monitorati da Warc sono in crescita, a partire da Internet seguita da cinema, televisione, outdoor e radio.
Per l’Italia, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Verrebbe da dire mezzo pieno di fronte ai risultati appena presentati dall’Osservatorio stampa della Federazione delle Concessionarie di pubblicità.
Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa ha registrato un calo di fatturato del 17% nei primi 11 mesi del 2012 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In particolare, i quotidiani a pagamento nel loro complesso registrano -15,6%;  i quotidiani Free Press nel totale hanno segnato -53,7%; i periodici segnano -17,2% con una dinamica più accentuata per i settimanali (-19,9%) e leggermente migliore per i mensili (-14,1%).

venerdì 11 gennaio 2013

The Social Media Report 2012 di Nielsen e NM Incite


I punti salienti del Social Media Report 2012 a cura di Nielsen e NM Incite, joint venture tra la stessa Nielsen e McKinsey.
Con l’avvertenza che la quasi totalità dei dati si riferiscono agli Stati Uniti e di conseguenza per quanto riguarda l’Europa e l’Italia va posta più attenzione alle linee di tendenze che non alla semplice analisi statistica.
Se poi siete interessati a qualche dato un po’ divertente, sappiate che il 32% delle persone in età compresa tra 18 e 24 anni si collega ai social network dal bagno.

Il mobile e i nuovi social 

La continua crescita dei social media è trainata da due fattori chiave, il mobile e la proliferazione.
Sempre più persone utilizzano smartphone e tablet per accedere ai social media.
Il personal computer è ancora lo strumento più utilizzato ma il tempo passato su applicazioni e dispositivi mobili ha fatto registrare una crescita impetuosa del 63%.
Il 46% degli utenti usano smartphone e il 16% tablet per accedere ai social media, percentuali destinate a crescere ulteriormente dal momento che la sempre maggior disponibilità di connessione garantisce maggiori possibilità di utilizzare i social media in ogni situazione.
Il fenomeno della proliferazione resta fortissimo e nuovi social media continuano a emergere e ad affermarsi.
Facebook e Twitter sono sempre i più popolari social network anche se la stella del 2012 è Pinterest con la maggior crescita anno su anno in numero di utenti e in tempo dedicato.

L’uso dei social media 

Due i fattori evidenziati dalla ricerca, la Social TV e il Social Care.
Guardare la televisione si sta trasformando rapidamente in una esperienza condivisa.
Negli Stati Uniti, più del 33% degli utenti di Twitter lo usa per commentare i programmi televisivi e una percentuale importante di telespettatori continua a usare tablet e smartphone mentre guardano la televisione.
Percentuali ancora più alte si riscontrano in America Latina, nel Medio Oriente e in Africa.
Grandi eventi, quali le Olimpiadi e le elezioni presidenziali in USA, hanno spinto gli utenti a comunicare con amici e perfetti sconosciuti al punto da rivoluzionare il rapporto con la televisione.
L’impatto sulle relazioni sociali non è inferiore.
Quasi la metà dei consumatori americani preferisce usare i social media al posto del telefono per entrare in contatto con aziende e fornitori di servizi per manifestare apprezzamento, avanzare lamentele o anche semplicemente porre delle domande.

Cosa cambia per il marketing 

Tutto questo ha un forte impatto sul marketing, a cominciare dalla diffusione del passa parola.
Il passa parola è sempre esistito ma era limitato a gruppi ristretti, amici o persone con le quali c’era un rapporto abituale.
Ora, i social media hanno rimosso questi limiti, la platea è cresciuta in modo esponenziale e i consumatori stanno guadagnando maggior potere.
Le stesse decisioni all’acquisto sono cambiate dal momento che i consumatori entrano in contatto con le esperienze di altri consumatori in tutto il mondo e raggiungono livelli di informazione altissimi.
Anche la percezione della pubblicità è in evoluzione.
Sebbene circa un terzo degli utenti ritenga le pubblicità sui social network più fastidiose di altre forme di pubblicità su internet, il report suggerisce che ci sono opportunità per entrare in contatto con i consumatori tramite i social media.
Oltre il 25% degli utenti presta maggior attenzione alle pubblicità segnalate da una persona con cui sono in contatto, inoltre, una percentuale analoga è interessata a pubblicità personalizzate sulla base dei propri profili personali.