Su Sette, il supplemento del venerdì del Corriere della Sera, ci sono questa settimana due articoli gustosi.
Il primo, "Il Ponte che non ci sarà ci costerà altri 25 milioni", si riferisce al Ponte sullo Stretto di Messina e leggetelo solo se siete molto rilassati.
Vi dico solo che secondo la Corte dei Conti, dal 1982 al 2005 il Ponte è già costato 128.597.000 euro.
Il secondo, "Così i giganti del web trovano le scorciatoie per non pagare le tasse", affronta un tema non nuovo ma a mio modo di vedere è comunque interessante e merita un quarto d'ora di lettura.
Intanto, porta all'attenzione del grande pubblico una questione finora confinata in ambiti ristretti.
E poi, per quanto il problema della tassazione della multinazionali sia complesso, non limitato all'ambito di internet e della tecnologia, non confinato in un singolo stato, resta il fatto che, come evidenziano Ferruccio Pinotti e Massimo Sideri, autori dell'articolo, in Italia la pressione fiscale complessiva sulle Pmi arriva al 68,6%. E dunque un qualche contributo dalle grandi imprese della tecnologia pare doveroso.
Personalmente, credo che sarebbe importante analizzare anche il modo di operare di altre aziende informatiche non citate nell'articolo, con particolare attenzione ai margini di guadagno che lasciano a integratori di sistemi, VAR, software house e a tutte quelle terze parti che hanno il rapporto vero con i clienti, che investono in formazione delle persone e che si assumono i rischi legati alla definizione e realizzazione di progetti complessi.
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